Gay & Bisex
In ginocchio anche con Luigi (12)
21.02.2026 |
822 |
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"Colpisce la plastica interna della maschera con un suono sordo, quasi un tamburellare morbido, e scivola subito giù, verso l’apertura..."
Mi siedo sul bordo del letto, le mani che tremano appena mentre tiro giù la zip dello zaino. La apro piano e vedo subito che dentro è tutto sottosopra. Qualcuno ha frugato dentro.La scatola di cartone è stata spostata in cima. Il coperchio è socchiuso, non chiuso come l’avevo lasciato io.
La maschera pisciatoio è lì, ma non è più infilata con cura. È appoggiata di traverso, la parte interna rivolta verso l’alto, come se qualcuno l’avesse tirata fuori e girata per guardarla bene da vicino. Qualcuno l’ha tenuta in mano, l’ha studiata, ha capito cos’è e a cosa serve.
Il cuore mi martella nelle orecchie. Escludo Luca al 90%: lui mi avrebbe mandato un messaggio tipo «ma che cazzo è ’sta roba nel tuo zaino?». Luca è diretto, poi siamo in confidenza. Marco… forse. Marco è più pigro, più distratto, ma anche più ficcanaso quando si annoia. Però Marco non ha dormito nel mio letto per giorni. Non ha avuto il tempo di familiarizzare con la mia stanza, con il mio disordine e trovare uno zaino nascosto.
Luigi sì.
Mi alzo, vado piano verso la porta della camera socchiusa. Mi sporgo quel tanto che basta per vedere il salotto. Il divano è immerso nel buio e Luigi è ancora lì, sdraiato sulla schiena, un braccio buttato oltre la testa, l’altro sul petto. Respira lento, profondo. I piedi nudi sporgono dal bracciolo, non si muove. Sembra dormire profondamente.
Vorresti scuoterlo per una spalla, buttargli in faccia la scatola aperta e urlare arrabbiato «Hai frugato nelle mie cose? Che cazzo ti sei messo in testa?». Ma le gambe non si muovono. La gola è chiusa. Mi immagino la scena in testa: lui che apre gli occhi verdi chiari, mi guarda dal basso con quel sorriso lento, e invece di negare mi dice qualcosa di tranquillo, tipo «Mi piaceva l’idea di conoscerti meglio e sapere cosa tieni nascosto.. Abbiamo condiviso il letto in fondo». O peggio, che mi guarda e basta, senza parlare, lasciando che sia io a crollare, mentre si mette seduto con calma e si rolla una sigaretta.
Torno indietro, mi butto sul letto ancora vestito. Le lenzuola sanno di lui, di tabacco. Mi giro su un fianco, stringo il cuscino. Nella testa mi girano ancora frammenti di conversazione che non ho mai avuto:
«Allora? Ti eccita sapere che l’ho vista?»
«L’hai provata?»
«Non dire cazzate, non l’ho nemmeno toccata… però ho pensato a te con quella roba in faccia. Vuoi che te la metta io adesso?»
La stanchezza mi travolge come un’onda. Chiudo gli occhi. Mi addormento così, con il battito ancora accelerato, senza nemmeno accorgermene.
La mattina dopo, tardi, quasi le undici, mi sveglio di soprassalto. Sul telefono due messaggi:
Luca: «Buongiorno bella addormentata 😂. Son con colleghi oggi, ci vediamo stasera »
Marco: «Ho lasciato del caffè, ero di fretta. A stasera!»
Nessuna menzione di Luigi.
Mi alzo, i muscoli indolenziti dalla posizione scomoda di stanotte. Passo attraverso il salotto: il divano, già sfondato, ha preso la forma di un corpo sdraiato, ma di Luigi nessuna traccia. Gli stivaletti neri non sono più a terra.
Vado in cucina. La moka è fredda, ma c’è ancora caffè. La svuoto nel lavandino e la faccio nuova.
Luigi rientra proprio mentre la moka finisce di borbottare sul fornello. La porta si chiude piano, quasi per non voler disturbare qualcuno che dorme. Ha due buste di plastica in mano, quelle del discount sotto casa. Mi fa un cenno con la testa e passa dritto verso il frigo senza dire niente.
Mi chiede piano se c’è del caffè, senza guardarmi, con la testa infilata nel frigo.
Io resto fermo vicino al bancone, la tazzina già pronta nella mano destra. Ne avevo già preparata una seconda per abitudine, per gentilezza. Gliela porgo quando si gira. Lui la prende, mormora un grazie.
Ci sediamo uno di fronte all’altro al tavolo piccolo della cucina. Le sedie scricchiolano. Lui tiene la tazzina con tutta la mano, come se fosse fredda invece che bollente. Io fisso il bordo nero della mia, per non incrociare il suo sguardo e prendere coraggio.
Non è il Luigi, che avevo conosciuto la sera prima e che mi ero immaginato. Oggi sembra… contratto. Non timido, ma una specie di imbarazzo trattenuto.
Gli occhi chiari sono bassi, le spalle un po’ curve. Beve un sorso piccolo, poi un altro. Silenzio.
Deglutisco. La gola fa quasi male.
«Ti sei trovato bene in camera mia?» butto lì, voce neutra.
Lui alza lo sguardo per un secondo, poi torna sul caffè. «Sì.» Secco. Punto. Fine.
Prendo fiato. «Hai trovato tutto quello che ti serviva?»
Stavolta non risponde subito. Si blocca con la tazzina a mezz’aria. Alza gli occhi, dritti nei miei. Verdi chiari, limpidi, ma adesso c’è dentro qualcosa di tagliente. Si morde piano il labbro inferiore, non un gesto sensuale, più un gesto nervoso, quasi rabbioso con se stesso. Le pupille si stringono appena. L’ho centrato. L’ho messo esattamente dove non voleva essere messo.
Non dice niente per qualche secondo. Solo mi guarda. Io non abbasso lo sguardo, anche se vorrei. Il cuore mi sale in gola, ma tengo la faccia ferma.
Poi lui posa la tazzina sul tavolo, piano, con troppa calma. Si appoggia allo schienale, incrocia le braccia sul petto.
In pochi secondi tutto si ribalta. La mia breve sicurezza si scioglie come niente, scivolata via sotto il peso di quella postura nuova, solida, quasi ostile.
«Stavo ignorando la cosa per non complicare le cose» dice alla fine, voce bassa, rauca. «Ma sembri proprio volerla tirare fuori tu. Chi lo sa in casa? Nessuno?»
La domanda arriva dritta, senza giri, ma non è aggressiva. È precisa. Come se stesse verificando un confine prima di decidere se valicarlo o no.
Io apro la bocca, la richiudo. Non mi aspettavo che la conversazione arrivasse a questo punto. Vorrei dire «nessuno», vorrei dire «fatti i cazzi tuoi», vorrei alzarmi e andarmene. Invece resto lì, inchiodato alla sedia che scricchiola sotto il mio peso spostato in avanti.
«Nessuno» riesco a buttare fuori, sillaba secca.
Lui annuisce una volta sola, lento. Non sorride, non fa smorfie. Solo un piccolo movimento del mento.
Poi si sporge appena verso il tavolo, gomiti appoggiati, dita intrecciate mollemente. Gli occhi chiari mi tengono fermo senza sbattere quasi mai le palpebre.
«Allora siamo in due a saperlo ora.»
Silenzio. Lungo. Il genere di silenzio in cui si nota il ronzio del frigo.
Non so se è una minaccia, una promessa, o solo un’osservazione. So solo che il cazzo mi tira di nuovo nei jeans, traditore, e che odio sentirmi di nuovo così esposto, con uno poi che vive ora sotto il mio stesso tetto.
Il silenzio si allunga ancora di qualche secondo, mentre lui finisce gli ultimi sorsi del caffè, poi lui rompe l’attesa con voce bassa, controllata: «Alzati ora.»
Non è un ordine gridato. È calmo.
Le gambe si muovono da sole. Mi alzo piano e mi metto in piedi davanti al tavolo, mani lungo i fianchi, non so dove metterle.
Lui non si muove. Solo inclina appena la testa, valuta.
«Porta la scatola qui. Ora.»
Deglutisco, so ovviamente di cosa sta parlando.
Mi dirigo in camera a passi meccanici, apro lo zaino, tiro fuori la scatola di cartone.
Torno in cucina. La poso sul tavolo tra noi, esattamente al centro.
Lui la guarda per un attimo, poi torna su di me.
«Aprila.»
Le dita tremano mentre sollevo il coperchio. La maschera pisciatoio è lì, inconfutabile.
Luigi si appoggia allo schienale, incrocia le braccia sul petto. Postura aperta, dominante senza sforzo. I muscoli delle braccia tirano il bordo della maglietta nera.
«Prendila in mano, dai.»
La afferro. La plastica mi sembra fredda contro il palmo delle mie mani sudate. La tiro fuori dalla scatola la tengo sospesa tra noi. il mio sguardo in basso per non incrociare il suo.
«Guardami mentre la tieni.»
Alzo gli occhi. Lui mi fissa senza espressione, ma c’è qualcosa negli occhi chiari, non pietà, non disgusto, solo possesso tranquillo di un segreto che ora è anche suo.
«Dimmi cosa sei quando la indossi.» Voce bassa, quasi un sussurro. «Parole precise. Niente giri. Niente “non lo so”.»
Apro la bocca. La gola è carta vetrata.
«Sono… esposto. Umiliato. Eccitato da quanto sono esposto e umiliato.» Le parole escono spezzate, ma escono. «Voglio… Voglio che qualcuno decida per me.»
Silenzio. Lui annuisce una volta sola, lentissimo.
«Indossala.»
Esito mezzo secondo.
Lui alza un sopracciglio, gesto piccolo, ma sufficiente.
La porto al viso. Il bordo preme sulle guance, l’apertura per la bocca mi stringe il respiro.
Chiudo gli occhi un istante, mentre avvolgo attorno la testa la parte superiore, poi li riapro. Buio. Solo sottili lame di luce attraverso le fessure laterali.
«In ginocchio.»
Mi abbasso e le ginocchia toccano il pavimento della cucina. Mani ancora sulla maschera, per tenerla ferma.
Sento il rumore della sua sedia che si sposta strisciando sul pavimento.
«Mani dietro la schiena. Incrociate.»
Obbedisco. Le spalle si tendono, il petto si apre un po’ troppo.
«Ora fermo cosi.»
Sento le sue dita dietro la mia nuca stringere e chiudere la maschera.
Sento il mio respiro amplificato dalla maschera, corto, rumoroso. Sento il suo respiro regolare, calmo.
Una volta stretta e ferma, allontana le mani. Non mi tocca, non si alza, non si muove. Solo silenzio.
Alla fine parla, voce rauca ma ferma.
«Bravo.» Una pausa. «Puoi togliertela solo quando te lo dico io. Fino ad allora stai lì e goditi quanto ti piace che io lo sappia.»
Lo sento alzarsi dalla sedia e andare verso la cucina.
E per la prima volta da stamattina non ho più solo paura o rabbia.
Ho solo voglia che lui decida il prossimo passo.
Resto lì in ginocchio con la maschera che mi sigilla la faccia come una seconda pelle umida. Il respiro entra ed esce troppo forte, ogni inspirazione sa di me stesso, sudore, saliva, paura, e mi fa girare la testa. Le mani dietro la schiena, incrociate innaturalmente, iniziano a formicolare, ma non mi muovo. Non oso.
Luigi non torna subito. Sento l’acqua scorrere nel lavandino, il rumore di un bicchiere che si riempie, poi il silenzio che torna. Passi lenti, si ferma dietro di me, abbastanza vicino che sento il calore del suo corpo senza che mi tocchi. Non parla per un pezzo lungo, lunghissimo. Lascia che il silenzio faccia il lavoro sporco: mi fa sentire ogni secondo di esposizione, ogni battito che mi sale dal cazzo fino alle tempie.
Poi la sua voce, bassa, quasi annoiata.
«Sai qual è la cosa divertente?»
Pausa. Sento il bicchiere posarsi sul tavolo con un tic leggero.
«Che tu stai lì a tremare pensando che ti stia per pisciare in faccia da un momento all’altro… e invece magari no. Magari ti lascio così per un’ora. O due. Solo a pensarci.»
Deglutisco. La gola raschia contro il bordo interno della maschera. Vorrei dire qualcosa ma la bocca è bloccata dall’apertura, le labbra premute, inutili. Riesco solo a emettere un suono soffocato, mezzo gemito mezzo respiro spezzato.
Sento la sua risata corta, quasi muta.
«Non serve che parli. Tanto lo so già.»
Si sposta di lato, si accovaccia davanti a me.
Allunga una mano. Non mi tocca la faccia. Sfiora solo il bordo della maschera, con due dita, piano, come per controllare che sia ben stretta.
Le dita scendono lungo il bordo, sfiorano la guancia sudata sotto la plastica. Non è una carezza. È un’ispezione.
«Sei già bagnato qui sotto, immagino.» La voce si abbassa ancora. «Nei jeans, eh? Te lo sei già immaginato?»
Non rispondo, non posso, ma il corpo come sempre tradisce: un piccolo scatto involontario dei fianchi, quasi impercettibile. Lui lo nota. Ovvio che lo nota.
Si rialza piano, torna in piedi. Sento il rumore della zip dei suoi jeans che si apre.
«Girati.»
Obbedisco goffo, sulle ginocchia, ruotando il busto seguendo la sua voce. Sento che si siede sul divano.
«Avvicinati. Tra le mie gambe.»
Mi sposto sulle ginocchia tra le sue gambe divaricate, percepisco la loro presenza sui miei fianchi.
Poi sento un fruscio leggero di stoffa che scivola. La zip già aperta, i jeans corti si abbassano quanto basta. Il rumore quasi impercettibile della sua mano che si muove, che lo estrae. Non lo vedo, ma lo percepisco: il peso caldo, morbido all’inizio, che si appoggia piano contro la plastica della maschera, proprio sopra l’apertura per la bocca.
«Sei fortunato» mormora lui, voce bassa, ma adesso sembra divertita, deglutisce: «Molti aspettano mesi per arrivare a questo punto. Tu… poche ore.»
Sento il suo corpo spostarsi leggermente, un respiro più profondo. Poi arriva.
Il primo getto è caldo, improvviso, forte. Colpisce la plastica interna della maschera con un suono sordo, quasi un tamburellare morbido, e scivola subito giù, verso l’apertura. Mi riempie la bocca in un istante: tiepido, amaro. Troppo. Ingoio d’istinto, la gola che si contrae, ma è già troppo tardi per controllare il ritmo. Il flusso non si ferma. È costante, lento ma deciso. Scorre lungo i lati lingua, mi cola agli angoli delle labbra sigillate dalla maschera, gocciola sul mento, sul collo, inzuppa il colletto della maglietta.
Respiro dal naso a fatica, l’odore pungente mi invade le narici, mi fa lacrimare gli occhi sotto la plastica. Ingoio ancora, e ancora, la gola che lavora convulsamente. Il cazzo nei jeans pulsa dolorosamente e io odio quanto mi ecciti tutto questo.
Non accelera. Non rallenta. Lascia che scorra tutto, calmo, controllato. Sento il suo respiro regolare sopra di me, quasi rilassato, mentre il getto si fa via via più debole, più intermittente. Ultime gocce calde che mi cadono sulla lingua, poi un ultimo fremito, e basta.
Silenzio.
Sento la sua mano sulla nuca, dita che stringono piano la fibbia inferiore della maschera. La slaccia con calma, senza fretta. La parte bassa si apre, la plastica si allontana dalla bocca. L’aria fresca mi colpisce le labbra gonfie, bagnate, ma gli occhi restano coperti: la maschera resta lì, bendandomi la vista, tenendomi al buio. Solo la bocca è libera ora.
Lui non dice niente.
Una pausa.
Si alza dal divano. Sento che si toglie le scarpe e i jeans scivolano a terra sul pavimento.
Lui si china appena verso di me, la voce bassa e calma, quasi divertita: «Questo era solo l’inizio. Ho cominciato dalla tua zona di comfort per riscaldarti… ma adesso comincia il divertimento per me.»
Mi afferra la nuca con forza, dita che si chiudono come una morsa, e mi tira verso il basso senza preavviso. Le mie labbra finiscono dritte sulle sue palle gonfie e sudate, grosse. Inspiro il suo odore muschiato, acre, di maschio che non si è lavato da vari giorni. La lingua esce subito, le lambisce lente, le succhia una alla volta facendole rotolare in bocca, mentre sento i peli ispidi che mi graffiano il mento.
Intanto la sua mano destra lavora veloce sul cazzo. Lo percepisco dagli schiocchi umidi, di un ritmo deciso. Ogni tanto sento un grugnito basso.
Poi mi spinge indietro con un colpo secco alla fronte. Stavolta entra in bocca la pianta del piede, callosa, ancora calda di stivale. Gli alluci si infilano tra le labbra, spingono fino in fondo, invadono. Il sapore è forte: terra secca, sudore rappreso, residui di pelle morta e polvere della suola. Me li ricordo sporchi dalla sera prima, quando li ha tenuti dentro gli stivali tutto il giorno. Li succhio a lungo, la lingua che scava tra le dita, raccogliendo ogni granello di sporco mentre lui geme piano di soddisfazione.
A un certo punto l’odore di sigaretta si mescola al suo sudore.
Con i piedi mi aggancia dietro la nuca, come un collare improvvisato, e mi tira di nuovo contro di sé. Le mani tornano sulla testa, ma stavolta per strapparmi via la maschera con un gesto rude.
Finalmente lo vedo.
È stravaccato sul divano, gambe larghe, nudo tranne la maglietta nera arrotolata sotto il petto a mostrare gli addominali contratti e lucidi di sudore. Il cazzo svetta davanti a me. È scuro, nodoso, leggermente deviato a sinistra, cappuccio ancora mezzo coperto da un prepuzio spesso e umido. Il pube è un groviglio nero e riccio, come i suoi capelli.
Mi guarda con un sorrisetto stronzo. Ha le guance leggermente arrossate.
Si sporge. Mi lascia succhiare per qualche secondo profondo, poi lo tira fuori e se lo sbatte sulle guance, sul naso, sulle labbra chiuse, lasciando strisce viscose. Alterna pompate lente in bocca a seghe violente davanti al mio viso, ansimando forte, ogni tanto mi afferra la mascella per tenermi fermo mentre me lo strofina ovunque.
Quando sente che sta per venire lo spinge di nuovo dentro, fino in gola, e lo tiene lì mentre pulsa. Lo estrae all’ultimo secondo: schizzi caldi e densi mi colpiscono in pieno viso. Uno mi finisce dritto sull’occhio chiuso, un altro si appiccica allo zigomo, altri colano lenti sul mento e gocciolano sul petto e a terra.
Si riveste con calma, guardandomi dall’alto come se fossi un trofeo sporco. Prima i boxer neri, poi i jeans e infine infila gli stivali di pelle lucida.
Con la punta dello stivale raccoglie una striscia di sborra dal mio viso e me la porta alla bocca. Apro le labbra senza che me lo chieda. La lecco via, sentendo il sapore mischiato al cuoio e alla suola sporca.
Lo rifà: pesta col tacco una goccia densa caduta a terra, la schiaccia nella polvere e nei pelucchi del tappeto, poi me la porge di nuovo. La lingua raccoglie tutto: sperma, sporco, granelli di terra.
Si alza, si stiracchia, si sistema i jeans con una mano.
«Mi è venuta fame» dice con voce decisa, come fosse la normale continuazione a quello appena successo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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